La ricerca Usa: Pfizer e Moderna proteggono al 90% dal virus e non solo dai sintomi

Scatola refrigerata contenente vaccino in arrivo al NYU-Langone Hospital © Ap

Vaccini. È la conclusione di uno studio del Centers for Disease Control and Prevention su 4 mila operatori sanitari vaccinati. Una scoperta che potrebbe avere conseguenze importanti sulle misure anti-pandemia, sui passaporti vaccinali e sulla diffusione delle varianti. Rimane il nodo della durata dell’immunità

di Andrea Capocci

La possibilità di raggiungere l’immunità di gregge attraverso le vaccinazioni anti-Covid19 dipende in gran parte dalla capacità dei vaccini di bloccare il virus e non solo i sintomi. Se infatti i vaccini non impedissero l’infezione asintomatica del coronavirus, esso continuerebbe a circolare anche in una popolazione interamente vaccinata e raggiungerebbe anche gli individui non immunizzati. Ma dallo studio appena diffuso dal Centers for Disease Control and Prevention (Cdc) statunitense arriva una buona notizia: i vaccini a Rna contro il Covid-19, come Pfizer e Moderna, impediscono che il virus infetti gli individui vaccinati con un’efficacia del 90%.

La ricerca, pubblicata sul bollettino Morbidity and Mortality Weekly Report dello stesso Cdc, ha riguardato circa 4 mila operatori sanitari statunitensi che si sono sottoposti a un tampone settimanale per individuare le infezioni sintomatiche e asintomatiche. Dopo 13 settimane, nei volontari non vaccinati si sono registrati 161 casi positivi, tra quelli immunizzati con una sola dose 8, e 3 tra chi ha avuto entrambe le dosi. I dati mostrano un livello di protezione del 90% quando sono passate almeno 2 settimane dalla seconda dose, e dell’80% dopo la prima dose.

Che il vaccino fermi il contagio e non solo i sintomi non è un dato scontato. Negli studi effettuati prima dell’autorizzazione al commercio dei vaccini non era stata misurata la cosiddetta «immunità sterillizzante», cioè la capacità del vaccino di interrompere la trasmissione virale: per farlo sarebbe stato necessario prelevare tamponi ravvicinati in decine di migliaia di persone per molti mesi, un impegno insostenibile per i ricercatori e per i volontari. Per questo gli studi sugli operatori sanitari sono assai utili: dato che in genere gli operatori sanitari sono sottoposti a test periodici, è una popolazione in cui è facile avere informazioni dettagliate anche sulle infezioni asintomatiche.

Lo studio però ha anche alcune limitazioni di cui è bene tenere conto, e che sottolineano gli stessi autori. In primo luogo, ha riguardato una popolazione di età mediana inferiore ai 50 anni, dunque piuttosto giovane: è possibile che nelle persone anziane l’efficacia del vaccino sia inferiore. Inoltre, nel gruppo «di controllo» si è osservata una percentuale piuttosto bassa di infezioni asintomatiche (11%). Questo potrebbe dipendere da una bassa sensibilità dei test utilizzati, che a sua volte potrebbe aumentare artificialmente l’efficacia del vaccino in quanto un certo numero di infezioni sarebbero sfuggite ai test.

Se fosse confermata da studi ulteriori, l’immunità sterilizzante raggiunta attraverso i vaccini a Rna sarebbe un’ottima notizia. Consentirebbe a chi è vaccinato di osservare regole di distanziamento sociale meno restrittive, in quanto la vaccinazione proteggerebbe sia il vaccinato che i suoi contatti. Inoltre, darebbe qualche base scientifica in più ai passaporti vaccinali che la Commissione europea intende varare per regolare i viaggi estivi. Infine, fermare la circolazione del virus rende più difficile lo sviluppo di varianti, e dunque prolunga nel tempo l’efficacia dei vaccini.

La capacità di bloccare il virus non è però sufficiente da sé a garantire il raggiungimento dell’immunità di gregge. L’altro ingrediente cruciale è la durata della protezione vaccinale. Lo studio del Cdc non è durato abbastanza per verificare quanto duri l’immunità acquisita con la vaccinazione. In teoria i clinical trial, cioè gli studi su larga scala sui vaccini già autorizzati dovrebbero durare 1-2 anni proprio per valutare l’estensione della protezione. Ma è improbabile che i trial arrivino a conclusione: i partecipanti volontari, che non sanno se hanno ricevuto il vaccino o il placebo, stanno abbandonando gli studi per ricevere un vaccino disponibile, visto che negli Usa di somministrazioni se ne fanno 3 milioni al giorno. Per rimediare, stanno partendo ulteriori ricerche che monitoreranno la presenza degli anticorpi nei vaccinati. In Italia, ne sono state avviate due, su circa 2.000 adulti sani e pazienti fragili per ciascuno vaccino in uso. I ricercatori dell’Istituto Superiore di Sanità misureranno la quantità di anticorpi nei vaccinati a distanza di 1, 6 e 12 mesi dalla vaccinazione.

fonte: Il Manifesto

 

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