Senza riserve in nome del Vangelo, Due italiani fra le vittime dell’ultimo anno

don Roberto Malgesini, assassinato a Como il 15 settembre da un senzatetto con problemi psichici

 

di Paolo Affatato

Uno è stato accoltellato alla schiena, l’altro è morto tra le fiamme di un incendio appiccato con lo scopo di uccidere. Entrambi hanno subito una morte violenta, inattesa, imprevedibile, provocata crudelmente da chi era il destinatario del loro aiuto, della loro attenzione, delle loro cure. Nella lista dei missionari e degli operatori pastorali uccisi nel 2020, stilata dall’Agenzia Fides, spiccano per l’Europa — un dato raro — due italiani: sono don Roberto Malgesini, assassinato a Como il 15 settembre da un senzatetto con problemi psichici, e fra Leonardo Grasso, dei Ministri degli Infermi (camilliani), morto il 5 dicembre nell’incendio di natura dolosa che ha distrutto la sede della comunità di recupero per tossicodipendenti e malati di aids Tenda di San Camillo a Riposto, nel Catanese. I due sono accomunati anche dallo spirito di totale oblazione di se stessi: li animava quella dedizione al prossimo che non conosce resistenze, condizioni, titubanze. Si erano dedicati anima e corpo alla missione di soccorso e cura dei sofferenti, dei poveri, dei bisognosi, dei malati. Per una sola ragione: per fede, riconoscendo in loro il volto del Cristo sofferente, umiliato, ferito, emarginato.

Malgesini, 51 anni, originario della Valtellina, era conosciuto per essere “il prete degli ultimi”, in quanto si dedicava in particolare ad assistere senzatetto, migranti ed emarginati. È stato ucciso nel centro di Como, poco distante dalla parrocchia di San Rocco di cui era collaboratore, con una coltellata inferta alla schiena da uno degli uomini che quotidianamente ascoltava e assisteva. Per le strade e tra la gente era conosciuto per la sua bontà e per la sua umanità. «Era un pezzo di pane», ricordano i senzatetto che spesso ospitava nella sua «Panda» grigia, per accompagnarli a cercare luoghi e persone che potessero aiutarli a soddisfare quelle necessità di base come un pasto, una doccia, le cure di un medico. Animato dalla profonda certezza che «nel povero si incarna Gesù Cristo, bisognoso e sofferente», ha portato avanti la sua missione anche andando controcorrente, superando o ignorando le diffidenze e le resistenze di coloro che i poveri non volevano vederli. In città, sulla gestione e l’assistenza di dormitori o mense per i senzatetto sono nati, negli ultimi anni, diversi contrasti e la Caritas diocesana aveva fatto sentire la sua voce in favore di quanti si ritrovavano senza un posto dove dormire o consumare un pasto. Per questo il direttore della Caritas diocesana di Como, Roberto Bernasconi, ha definito don Malgesini “un martire”, notando che «la città e il mondo non hanno compreso la sua missione».

fra Leonardo Grasso

Fra Leonardo Grasso, 78 anni, era stato un agente di commercio prima di cambiare radicalmente vita. Diventato camilliano nel 1986, dal 1996 era responsabile della Tenda di San Camillo, a cui si era dedicato con passione e senza mai risparmiarsi. L’autore del crimine, secondo gli inquirenti, è un ospite della struttura, che avrebbe prima aggredito il sacerdote e successivamente appiccato il fuoco. Monsignor Antonino Raspanti, vescovo di Acireale, la diocesi a cui appartiene Riposto, lo ha descritto come «uomo retto e determinato nella scelta di dedicarsi agli ammalati e ai sofferenti che serviva con generosità». La struttura della tenda, grazie alla tenacia, all’impegno e alla concretezza di fra Grasso, andava avanti con regolarità e nonostante i problemi della faticosa convivenza tra persone bisognose di assistenza fisica e psicologica come tossicodipendenti e malati di aids. Non per nulla la capacità da tutti apprezzata nel frate era quella di saper mediare nelle situazioni conflittuali. Per questo, quando nacque l’idea di aprire una struttura apposita per la cura degli ammalati di aids, fra Leonardo si fece avanti e non si fermò dinanzi alle difficoltà di ordine materiale (il restauro della villa adibita a casa di accoglienza) né a quelle di carattere sociale, ospitando persone spesso problematiche. «Era intrepido e andava avanti con generosità», ha ricordato il vescovo.

Due storie, due persone che avevano ben compreso il senso della vita e avevano chiara nel cuore la missione di servizio a Dio e al prossimo, in nome del Vangelo, senza riserve. Se la loro vicenda umana viene considerata con uno sguardo di fede, l’offerta suprema della vita, richiestagli mentre adempivano a questa missione, è allora il più grande dono che l’Altissimo ha dispensato ai due.

 

fonte: L’Osservatore Romano

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