Smart working semplificato per dipendenti pubblici e privati: regole e fino a quando dura

Proroghe per il regime emergenziale del lavoro agevolato. Ma alla conclusione dell’emergenza occorreranno accordi specifici per regolamentare una modalità lavorativa ormai in parte irrinunciabile

di FABIO LOMBARDI

Smart working semplificato (quello attuato per l’emergenza Covid) fino a quando durerà? Ci sono situazioni differenti a seconda che si tratti di impiego pubblico o privato. Di certo il governo sta studiando la possibilità di estendere questa possibilità che consente (e ha consentito nelle fasi più acute della pandemia) di limitare la circolazione delle persone e i contatti all’interno delle aziende. Un’attuazione straordinaria del lavoro agile che altrimenti dovrebbe essere normato da intese aziendali o da accordi individuali.

Pubblico impiego

“Per la Pubblica amministrazione il Decreto Rilancio approvato il 30 aprile ha stabilito una proroga sino alla fine dell’anno. Una proroga dunque che al contempo ha però modificato alcune regole per la sua attuazione. Lo smart working nella Pubblica Amministrazione resta infatti in atto fino alla definizione dei contratti collettivi del pubblico impiego, e comunque non oltre il 31 dicembre 2021. Le amministrazioni pubbliche – valorizzando l’esperienza acquisita nella organizzazione e nell’espletamento del lavoro in modalità agile, particolarmente, durante la pandemia – potranno continuare a ricorrere al lavoro agile secondo le modalità semplificate stabilite dall’articolo 263 del dl 34/2020 (il cosiddetto ”decreto Rilancio”), ma senza più essere vincolate al rispetto della percentuale minima del 50 per cento del personale e a condizione che l’erogazione dei servizi rivolti a cittadini e imprese avvenga con regolarità, continuità ed efficienza e nel rigoroso rispetto dei tempi previsti dalla normativa vigente. Si avvia, quindi, un percorso di ritorno alla normalità, nella Pubblica Amministrazione, in piena sicurezza e nel rispetto dei principi di efficienza e produttività”, si legge nel testo del decreto. Dunque sino a fine anno i dipendenti pubblici potranno restare in smart working anche senza garantire la presenza in ufficio di almeno il 50% degli addetti (così era stato sino ad ora) a patto che uffici e servizi funzionino regolarmente.Aziende private

Aziende private

Fino al 30 settembre resterà in vigore per tutti la possibilità di attuare lo smart working emergenziale. Ma dopo. Nelle ultime ore sta emergendo l’intenzione del governo di prorogare anche nel settore privato lo smart working semplificato fino a inizio 2022 (come per il pubblico impiego). Una decisione che potrebbe comunque considerare la possibilità di modificare la disposizione in considerazione dell’andamento della pandemia. Se i contagi e i decessi dovessero crollare, anche in virtù della massiccia campagna vaccinale, allora potrebbe essere inutile mantenere questo meccanismo fino al 31 dicembre del 2021.

Il caso Ericsson

Ericsson e le Organizzazioni Sindacali, unitamente alle strutture territoriali e alle Rsu, hanno sottoscritto un accordo per l’estensione dello smart working sino al 31 ottobre 2023, con l’obiettivo di consentire ai dipendenti di Ericsson in Italia di continuare a svolgere l’attività lavorativa in maniera flessibile e autonoma, “conciliando la vita professionale con quella privata anche dopo la fine dell’emergenza sanitaria”. Lo ha reso noto la società. L’accordo riguarda il 100% della popolazione aziendale, incluso il personale dei 3 centri di Ricerca e Sviluppo di Ericsson in Italia e le organizzazioni di mercato, impegnate nell’implementazione delle reti 5G su scala nazionale.

L’accesso allo smart working avverrà esclusivamente su base volontaria e, fatte salve esigenze tecniche, organizzative e produttive aziendali, sarà usufruibile sino a un massimo di 12 giorni al mese. “Inoltre, Ericsson continuerà a prestare particolare attenzione a lavoratrici e lavoratori in particolari condizioni di fragilità”, sdpiega una nota aziendale.

Le regole dello smart working

“Attualmente la norma del 2017, in regime ordinario, prevede solo l’accordo individuale tra lavoratore e datore di lavoro e non collettivo, sia nel pubblico che nel privato, ricorda la sindacalista. E quindi la “reversibilità , la volontarietà, dello smart working” che è comunque, “legato ai singoli modelli organizzativi delle aziende: ve ne sono alcune dove è più semplice realizzarlo altre no”. Di qui la posizione della Cgil per cui “la contrattazione è il luogo più adeguato per trovare le risposte a tutto quello che non è ancora regolato: diritto alla disconnessione, fasce di reperibilità, autonomia sul lavoro in base agli obiettivi ad esempio, costi di connessione dei lavoratori e degli strumenti. Noi vorremmo che i temi affidati alla contrattazione collettiva sono appunto la regolazione di alcuni istituti come la erogazione del buono pasto, la produttività, gli straordinari perché è un lavoro che ha meno vincoli”, ha spèiegato nei giorni scorsi Tania Scacchetti, segretaria confederale Cgil con delega al mercato del lavoro e alla contrattazione.

Inoltre, ci sono “temi di cui si parla poco ma importanti”. Qualche esempio? “L’azienda che ha un risparmio di costi forti poi li restituisce nella contrattazione, o gli aumenti di produttività che pare si generino, anche per il calo dell’assenteismo. E poi ci sono questioni macro, più all’attenzione del legislatore che riguardano il diritto alla disconnessione“. Tra i vari temi affrontati con il ministro Orlando, che ha chiesto alle parti sociali se valutano utile un intervento normativo sulle criticità e potenzialità dello
smart working, “lo stesso ministro – sostiene Scacchetti – ha introdotto alcuni elementi come il diritto alla Privacy e l’eventuale controllo dei dati sensibili per chi lavora da remoto, un discorso che vale per la Pa ma anche per aziende di telecomunicazioni, e quindi come viene garantito il lavoratore e la stessa azienda, in caso magari di una perdita di dati”. E ancora un tema delicato come quello del “controllo dell’attività che oggi si può fare con gli strumenti tecnologici”. Sono ‘temi di frontiera’ nuovi del lavoro che cambia” sottolinea Scacchetti.

La contrattazione

Lo smart working sarà “un tema caldo nei prossimi mesi e riguarderà le imprese medie e grandi, soprattutto del settore bancario e assicurativo, dove era stato già sperimentato, laddove si può e si deve organizzare diversamente il lavoro. E’ un cambio culturale non banale e nei prossimi mesi sarà un tema caldo”. E’ quanto ha affermato Tania Scacchetti intervistata sui cambiamenti in atto nel mondo del lavoro, in particolare sull’utilizzo dello smart working nel pubblico e nel privato a più di un anno dall’emergenza sanitaria covid 19. “La normativa emergenziale ha accelerato una dinamica che è più accelerata dove veniva già utilizzato il lavoro da remoto prima della pandemia, in grandi aziende, e lì stiamo già vedendo nuovi accordi per smart working a regime e che prevedono sempre l’alternanza tra lavoro in presenza e in remoto”.

La discussione sulle tematiche sia di regolazione del rapporto di lavoro che di discussione su eventuali interventi normativi proseguirà, secondo la Cgil in quanto “c’è una sensibilità diffusa”. “Noi abbiamo sottolineato che la contrattazione collettiva dovrebbe avere un ruolo formale – riferisce Scacchetti in merito a un recente incontro con il ministro del Lavoro Andrea Orlando – anche se abbiamo detto al ministro che siamo pronti a fare accordi e a rafforzare percorsi per migliorare quello che già c’è“. Orlando ai sindacati “non ha detto che ci sarà un intervento normativo ma che il tema si pone, perché c’è un spinta del Parlamento a rimettere le mani alla norma del 2017 e anche perché crede che sia giusto porre i vari temi che sono di forte impatto sociale”.

”La decisione incredibile di far rientrare in massa il personale negli Uffici del Ministero della Cultura (Mic) avviene paradossalmente nel momento in cui occorrerebbe saggezza e gradualità nelle riaperture dei luoghi della cultura. Invece assistiamo ad una netta inversione di tendenza del ministro Franceschini, di cui sinora erano invece note le posizioni prudenziali sulla gestione dell’emergenza”. Lo affermano Fp Cgil, Cisl Fp, Uil Pa, Confsal e Confintesa. ”Quindi si decide di riaprire tutto al buio e senza le necessarie garanzie di una ritrovata condizione di normalità, sia per l’utenza che frequenta i nostri istituti che per i nostri lavoratori che sono chiamati a garantire dei servizi essenziali”, continua i sindacato del pubblico impiego che per questo annunciano la proclamazione di uno stato di agitazione riservandosi ulteriori iniziative di mobilitazione.

Il tutto, proseguono, ”scaricando il peso di questa decisione sui dirigenti degli Uffici, responsabili effettivi come datori di lavoro, che, a seguito delle ultime disposizioni del Segretario Generale, dalle quali abbiamo chiesto inutilmente l’eliminazione della percentuale minima del 70% del personale in presenza, si dovranno assumere l’onere di disporre il rientro in servizio di gran parte del personale in condizioni in cui oggettivamente non saranno in grado di garantire le dovute misure di prevenzione dal contagio da Covid. In sostanza la pandemia scompare dall’agenda del Ministro in nome di esigenze politiche e propagandistiche”.  E ribadiscono: ”a nostro avviso ci sono le condizioni per una ripartenza graduale alle medesime condizioni di sicurezza che sono state adottate a maggio dello scorso anno, mentre non esistono quelle per un rientro in massa negli Uffici per il semplice motivo che la logistica ministeriale e le condizioni organizzative legate alla sicurezza non lo consentono. E questo riguarda sia le strutture centrali che quelle periferiche. Di conseguenza decisioni di questo tipo pongono i lavoratori ed i cittadini a grave rischio di recrudescenza da contagio, come peraltro si stanno affannando a denunciare i sanitari specialisti, anch’essi surclassati dalle esigenze politiche”.

Col Covid 4 milioni in smart working

Il Covid ha incentivato il lavoro a distanza: gli occupati in smart working nel secondo trimestre del 2020 sono stati 4 milioni, ovvero il 19,4% dei lavoratori, nel secondo trimestre 2019 erano solo il 4,6% degli occupati. Questa tipologia di benefit non può rientrare nel ccnl del lavoro domestico ma può essere una misura indiretta per migliorare la gestione del lavoro di cura o di assistenza delle famiglie italiane. Già, oggi esistono aziende che offrono questi tipi di benefit, infatti da uno studio di Confindustria le aziende che erogano assistenza a familiari anziani/non autosufficienti sono quasi il 3%, mentre quelle che riescono a dare servizi di educazione sono il 6%.

Opportunità e dubbi

Con la pandemia tutto il mondo, Italia compresa, ha iniziato a sperimentare lo smart working. Da una parte ci sono i datori di lavoro che ci credevano ancor prima del Covid, dall’altra c’è chi, per paura dei cosiddetti “furbetti”, non si fida a lasciare i lavoratori a casa. È così che cresce la richiesta, per gli investigatori privati, di spiare i dipendenti. Non tutti però sono così diffidenti. Ci sono aziende che vedono aumentare la produttività grazie allo smart working e molti dipendenti hanno iniziato a scegliere le location più disparate per la loro postazione di lavoro: addirittura le navi da crociera. Migliaia di piccoli borghi in via di spopolamento, poi, sognano di rinascere grazie al lavoro agile. Sempre che arrivi l’elemento fondamentale per lavorare da remoto: l’internet veloce.

 

fonte: Il Giorno

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