TARANTO | 40 anni fa la morte del bomber Erasmo Iacovone

Considerato il più grande giocatore del Taranto di tutti i tempi, nonché l’unica bandiera della squadra jonica, Erasmo Iacovone, molisano di Capracotta (Isernia), a quarant’anni dalla sua scomparsa, è ancora vivo nei cuori della gente di Taranto e della tifoseria rossoblù.
Iaco, cosi lo chiamavano i compagni, 26 anni, centravanti del Taranto e capocannoniere di Serie B, morì all’una di notte, del 6 febbraio 1978, a causa di uno schianto terribile e un volo pauroso, lungo la statale per San Giorgio Ionico.
Rientrava a casa, da solo, alla guida della Citroen Dyane Targata MO 215872 – di proprietà della moglie – dopo avere assistito ad uno spettacolo di Oreste Lionello nell’allora discoteca ristorante La Masseria. Un pregiudicato, di Carosino, Marcello Friuli, all’epoca 24enne, gli piombò addosso con una Giulia GT 2000 di proprietà del professor Giulio Bernardini, rubata verso le ore 22 in viale Virgilio.

Il Friuli, che guidava senza patente, viaggiava da Taranto in direzione di San Giorgio Ionico, ad una velocità di oltre 180 km all’ora, nel tentativo di sfuggire all’inseguimento di una Volante che lo aveva intercettato vicino la Pineta Cimino. L’impatto fu terrificante, la Dian si disintegrò, Iacovone come disse il dottor Mazzei, di servizio al pronto soccorso dell’ospedale, morì all’istante, sul colpo troppo forte, per trauma cranico. Iacovone fu ritrovato nel fosso; in bocca aveva la medaglietta della Madonna, agganciata alla collanina (era una sua abitudine, un suo vezzo).

La notizia della morte fece, in pochi minuti, il giro di Taranto e la mattina già dalle 7 i radiogiornali nazionali diedero la notizia che fu appresa con doloroso stupore. Fu un 0colpo terribile per tutti, sportivi e non sportivi, ma soprattutto fu un dolore lancinante al cuore dei tifosi Tarantini, che con lui quell’anno, sognavano la Serie A.

Taranto lo pianse come un figlio; al di sopra di tutti il presidente Fico il quale sentiva forte il rimorso di non averlo ceduto alla Fiorentina, disse che così – forse – gli avrebbe evitato quel tragico destino. “I giocatori sono i miei figli – disse ancora con voce rotta dal pianto – tu eri di più, e sei volato al Signore. Finché ci sarà vita questo stadio si chiamerà Erasmo Iacovone”.

Ai funerali parteciparano 14 mila persone che nel silenzio e nel pianto accompagnarono il feretro, portato a spalla dai compagni di squadra, dalla Chiesa di San Roberto Bellarmino allo Stadio Salinella. Insieme a questi c’erano anche i rappresentanti delle istituzioni calcistiche e i suoi familiari. Non partecipò invece la moglie Paola, sconsigliata dai medici poiché era incinta al 5° mese di una bambina.

Oggi a 40 anni da quella storia che è diventata anche un film, Taranto continua ad omaggiare Iacovone, perché Iacovone è L’unica bandiera e il mito intramontabile dell’attaccamento alla maglia e ai colori rossoblu.

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